Avevamo un side project di generatore di avatar in stile manga; ci abbiamo lavorato per un annetto nel tempo libero, mentre ci stavamo occupando di altro. A un certo punto questo 'progetto della domenica' ha preso il sopravvento, fino a raggiungere numeri importanti.

Immaginate di aver appena sviluppato il vostro primo videogioco ma non conoscere ancora il modo migliore per lanciarlo sul mercato. Lanciarsi nel mondo delle applicazioni può essere complicato ed il punto di vista di un esperto del settore può aiutarvi a orientarvi nelle scelte di business e nel trovare collaboratori. E chi può essere più esperto di un team che ha, con successo, già lanciato a sua volta in passato il proprio videogioco?

Ne abbiamo parlato con Andrea Postiglione, fondatore di Mangatar (qui il sito web), una delle poche startup nel settore gaming in Italia che è riuscita a svilupparsi ed a raccogliere diversi investimenti. Andrea ci ha raccontato come questa avventura, partita inizialmente come “side project”, si sia evoluta passando dalla produzione del primo gioco, fino a sfociare nell’attuale modello di business, in modo da includere un servizio di consulenza proprio per aiutare gli altri sviluppatori che si avvicinano a questo mondo. Di seguito i 5 maggiori spunti che ne sono emersi (+1).

1. L’approccio lean può aiutare anche in settori dove normalmente non viene applicato

“Il nostro approccio a Mangatar è stato particolare, quasi lean: abbiamo sviluppato quattro volte lo stesso gioco. Di solito in questa industria si crea un gioco, si testa, funziona o non funziona e poi si mette da parte. Noi abbiamo provato a fare questo esperimento, ovvero capire cosa funzionava e cosa non funzionava variando determinati elementi ogni volta. La prima versione aveva tante funzionalità che man mano siamo andati a togliere e “pulire”, invece di aggiungerne come normalmente viene fatto. È un processo che ci ha dato la possibilità di imparare: non eravamo esperti del settore, per quanto le competenze tecniche non ci mancassero. È stata una grande scuola.”

2. Analizza bene il target, potresti scoprire che non è quello che pensi

“Negli ultimi 10 anni ci sono state alcune innovazioni, come banda larga, mobile, nuovi modelli di revenues, che hanno cambiato completamente e triplicato il mercato del gaming. Per cui il pubblico dei giocatori si è allargato a dismisura. Non è più solo l’appassionato: l’idea stereotipata del giocatore è quella di un ragazzino brufoloso di 17 anni chiuso nella sua stanza. In realtà al momento il principale target sono le ragazze intorno ai 24/25 anni che hanno tanti interessi e che giocano nel tempo libero. Fra il pubblico 13/18 maschile e il pubblico 18/25 femminile, pesa più il secondo. L’età media dei giocatori paganti è intorno ai 35. È un mondo molto più complesso di quello che leggiamo di solito sui giornali. Su mobile ci sono delle meccaniche davvero ben strutturate, o una storia, che riescono a fare la differenza, coinvolgendo fasce d’età molto ampie, basti pensare a Candy Crash.”

3. Quando il mercato è quasi saturo, non puntare sull’advertising

“Non è consigliabile monetizzare sulla pubblicità nel momento in cui si sviluppano le app. Noi abbiamo iniziato questo percorso ragionando sulla pubblicità. Al momento ci troviamo davanti a un’apparente saturazione del mercato, che è strano, perché le persone in realtà giocano anche a più giochi contemporaneamente. I vari Clash of Clans, Candy Crash etc possono fare campagne di user acquisition molto aggressive, portando i costi di acquisizione per gli altri a livelli molto alti. Se pensiamo ai benchmark italiani in materia, le piccole aziende non possono competere e quindi è difficile fare davvero numeri grossi sulla pubblicità se non si hanno numeri grossi di clienti. Per iniziare a parlare di cifre interessanti,  bisogna raggiungere 30, 40 milioni di download.”

4. Se hai un ecosistema di prodotti, investi nella cross promotion

“Al di là dell’advertising, ci sono molte forme di monetizzazione che derivano da altri ambiti marketing, ad esempio la cross promotion. Nel momento in cui inizi a creare un ecosistema di applicazioni, le relazioni con il canale distributivo diventano essenziali, quindi costruire un buon rapporto con Apple o con Google o con i player significa avere la giusta visibilità negli store. Nel momento in cui inizi a fare 500.000 download e prendi la notorietà che ne deriva, dopo una corretta analisi riesci a portare il tuo pubblico sui giochi che proponi, magari quelli con cui riesci a monetizzare meglio. È un win win: anche i giocatori ci guadagnano perché, grazie alla nostra ottimizzazione del flusso, possono vivere un’esperienza più appagante.”

5. Continua sempre a testare e migliorare

“Noi all’inizio abbiamo analizzato tanti aspetti per capire quali funzionassero, dove migliorare e sul tipo di utilizzo dei nostri prodotti. Un esempio? Ci siamo chiesti quanti si fermassero prima del tutorial. Pensavamo che sostituire il tutorial tradizionale con una pagina di spiegazione semplice fosse un’idea geniale, e invece abbiamo scoperto che reinserendo il tutorial siamo arrivati al 40% di retention. Alcuni aspetti sono comuni al web, altri alle dinamiche di gioco. Nei giochi free to play l’economia bilanciabile al di sotto del gioco diventa fondamentale. Quanto puoi guadagnare, quanto puoi spendere, qual è la conversione fra l’hard money e la soft money, tutto questo senza influenzare troppo il gioco, che dev’essere fruibile anche dai clienti non paganti. Chi paga lo fa per avere un’esperienza più appagante e più personalizzata, non per vincere il gioco.”

5+1 Non avere paura di parlare della tua idea agli altri

“Non ha senso intraprendere questa strada con l’idea di proteggere la propria idea: è importante confrontarsi. Noi abbiamo iniziato questo percorso in un periodo in cui si sentiva ancora parlare poco di startup ed il confrontarsi con altri ci è servito a capire che eravamo effettivamente una startup, a partecipare ad alcuni eventi e cogliere determinate occasioni. Credo di aver realizzato che Mangatar era una startup per la prima volta quando eravamo già alla finale di mind the bridge.”

Michele Di Blasio

Mi piace viaggiare, conoscere persone e lasciarmi ispirare dalle loro esperienze, in qualunque campo. Mi piace parlare e riflettere con loro, costruirmi un punto di vista sul campo, più che sui libri.

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