L’Inghilterra promuove gli investimenti in nuova imprenditoria. Ci sono incentivi sia burocratici, in termini di falicità e velocità, sia incentivi fiscali nei confronti di chi investe. Questo consente di “scaricare le spese di investimento” e quindi promuovere l’indotto in questo senso e lo sviluppo.

C’è un acceleratore che, primo tra tutti, ha deciso di crescere a livello internazionale e aprire i suoi uffici anche a Londra, affacciandosi al mercato UK e portando così di conseguenza le proprie StartUp ad avere un punto d’entrata privilegiato in tale mercato.

Questo acceleratore si chiama iStarter, e noi abbiamo intervistato Mattia Rossi. Mattia ci ha spiegato la sua avventura, dagli inizi di iStarter, alle prospettive attuali, fornendo diversi insight sull’ecosistema italiano. Di seguito i 5 maggiori spunti che ne abbiamo tratto (+1).

1. Andare a Londra significa aumentare le possibilità di accedere ad un mercato dei capitali molto più sviluppato. Ma anche l’Italia offre segnali di “risveglio”

“In Italia non prolifica una grande disponibilità di fondi lato Venture per le startup, ma soprattutto ci sono ancora forse pochi interlocutori strutturati in grado di supportare la crescita delle realtà sul territorio. Nel 2013 ad esempio si sono registrati 158 investimenti per 81 milioni di capitale, circo 500 mila Euro a StartUp. Nel 2014 sono diminuiti gli investimenti attorno ai 100, per 40 milioni di valore. E anche nel primo semestre 2015 la situazione non è migliorata, con 53 investimenti e 20 milioni investiti. In UK, solo nel terzo trimestre del 2015, gli investimenti hanno quasi toccato il miliardo. In Italia però, nonostante i numeri, qualcosa si muove. Stanno nascendo tante iniziative, ci sono circa 100 incubatori, ci sono 50 startup competition ogni anno, nascono nuovi coworking ogni giorno, e tutto questo è un bene”.

2. Il futuro può essere affidato alle corporate per trainare l’innovazione, ma serve maggiore apertura e lungimiranza

“Sia la startup sia le big corporation hanno bisogno di innovazione. Una perchè è nel suo DNA, le altre perchè il mercato evolve e hanno bisogno di mantenersi al passo per non rimanere indietro. Questi due punti di vista seguono però binari molto spesso diversi per raggiungere lo stesso obiettivo. Le grandi aziende cercano di innovare in maniera tendenzialmente lenta, molto vicino al proprio core business e con un basso profilo di rischio. Le startup generano invece una innovazione estremamente disruptive, velocemente e in maniera lean, e lo fanno con un rischio poco controllato. Le due cose sembrano non poter quindi essere altro che parallele. In realtà secondo me, sia per le corporate, sia per le startup, sia per l’ecosistema, potrebbe essere una strategia vincente far si che queste due rette si incrocino, promuovendo così il Corporate Venture Capital. Far si insomma che le grandi aziende aprano il loro processo di innovazione all’esterno”.

3. Il business plan serve per cercare investitori dopo il periodo di accelerazione. Ma non solo per le sue proiezioni numeriche

“Il business plan serve per ragionare. L’imprenditore quando ha ragionato sui numeri è anche molto più in grado di spiegare la propria strategia ad un investitore. Ci è capitato più volte di andare da soggetti iper blasonati che prendevano il business plan e poi si, per carità, se volevano investire, lo legevano per fare le pulci, ma che all’inizio lo guardavano e ci dicevano: “ok, sì molto bello”, mettendolo da parte, e poi chiedevano all’imprenditore: “adesso però raccontami la tua storia”. E lui lì doveva essere particolarmente robusto nell’esposizione per dimostrare che era totalmente padrone della sua attività.”

4. La startup è fatta di persone e di fatti, meno di parole

“Io ho sempre sostenuto fortemente l’importanza del team. Il 99% sta nel gruppo di imprenditori che partono in un’avventura di questo tipo. Dimenticando anche spesso il mito del garage. La stessa Apple, in realtà lo utilizzava, parole loro, per depositare i prodotti finiti. Quindi, l’imprenditore deve lavorare sodo, crederci al 100% e deve rischiare, dimostrandolo con i fatti e non solo con il Power Point. Un’altra cosa è l’aver individuato un mercato dove effettivamente ci sia una necessità. E poi essere in grado di sviluppare metriche, la scalabilità e la coerenza con i mercati a cui si affaccia. Ad esempio ci sono un sacco di social che partono in Italia e cercano anche di rimanerci, e poi allo stesso tempo offrono i dati raccolti ad aziende che operano su mercati globali e se ne fregano di quelli a valenza nazionale”.

5. Un percorso di accelerazione può servire a trasformare la stratup in azienda

“I contatti che un’accelerazione può portare sono fondamentali per crescere, ma quello che cerchiamo davvero di trasmettere è una struttura. Molto spesso l’imprenditore ha una creatività spiccata, ma poca struttura anche a livello di ragionamento. Si cerca quindi di creare delle priorità per il team e con questa impostazione incrementargli le metriche, il che è fondamentale per ricevere altri finanziamenti.”

5+1. Non si investe in improvvisazione, ma su numeri e persone

“La crescita delle metriche per gli investitori è fondamentale. E’ raro che investano sulle idee nate sotto la doccia, investono molto più sui numeri di quello che si pensi. Anche se poi guardano molto anche al team, perchè non hanno logiche di sostituzione dell’imprenditore, che dovrà mantenere un ruolo centrale nell’iniziativa”.

Michele Di Blasio

Mi piace viaggiare, conoscere persone e lasciarmi ispirare dalle loro esperienze, in qualunque campo. Mi piace parlare e riflettere con loro, costruirmi un punto di vista sul campo, più che sui libri.

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