La capacità del team di eseguire un piano, di saper cambiare rotta quando era necessario, di saper analizzare ed implementare nell'execution dei correttivi, e quindi la sua solidità, ha fatto una grossa differenza.

Immaginate di dover fare dei lavoretti in casa, aver rotto un tubo o addirittura dover ritinteggiare la facciata. La prima cosa che farete sarà probabilmente, in assenza di un vostro “uomo di fiducia”, rivolgervi ad un amico perché vi consigli un professionista a cui rivolgervi. Alternativamente c’è il web, certo, ma capire chi è perché scegliere spesso è il classico “cercare l’ago in un pagliaio”, e finireste per perdervi nel marasma di offerte pubblicate in rete.

Da qualche tempo però questo problema è stato finalmente superato, grazie ad una StartUp di nome Fazland (qui il sito). Fazland è un sito attraverso cui poter trovare in un unico spazio diversi professionisti, confrontarli e sceglierli sulla base delle recensioni degli altri utenti. Non solo, tale sistema crea ovviamente una certa concorrenza sui prezzi ed aumenta la propensione alla trasparenza dei soggetti proponenti il proprio lavoro. Rischiereste di sgonfiare preventivi o cercare di truffare un cliente, sapendo di essere soggetti al suo giudizio su Fazland? Forse alcuni lo fanno, ma il gioco dura una sola volta dato che nessuno poi vorrà più ricontattarli.

Questa realtà è nata a Reggio Emilia, ma non fatevi ingannare. Questi ragazzi di provincia hanno spinto alla creazione di un Impact Hub, dove ora lavorano, e hanno contribuito alla creazione di un movimento che nulla ha da invidiare a realtà più, per così dire, sofisticate e conosciute. Ce lo racconta attraverso un’intervista uno dei tre fondatori, Vittorio Guarini, attuale CEO ed ex consulente scuola Accenture, che insieme ai propri soci ha fortemente voluto tornare nella sua terra d’origine per sviluppare il progetto Fazland, e i fatti hanno dato loro ragione.

In realtà l’idea è partita in Danimarca, dove Alessandro (Co Founder e attuale COO) sperimentava questa necessità, amplificata inoltre dalle differenze linguistiche. Da lì è partita la presa di coscienza del buco che il mercato non copriva in tale settore, e di conseguenza anche la progettazione di un prototipo per partire con i primi test su 4 città italiane e mettere in piedi il progetto, avviato ufficialmente nella primavera del 2013.

“Volevamo dimostrare che dal nostro ufficetto di Reggio Emilia potevamo, in maniera scalabile, coprire quattro città da remoto, con un approccio ovviamente digital e non orientato al contatto umano, come il prodotto che proponevamo”. Ma le differenze con i grandi hub si sentivano comunque. L’ambiente favorevole ed i suoi attori c’erano, ma bisognava creare il network. Mettere tutti in contatto e far partire il movimento. “Non è un caso se nei primi mesi del 2013 siamo subito partiti a guardarci intorno per capre quali fossero le altre startup della zona, quali erano i potenziali interlocutori che ci potevano dare una mano. Da lì è nata una rete, una community dal basso, spontanea, di amici e altre startup”. Questa community si chiama Hurricane Start ed è riuscita a sensibilizzare non solo la comunità locale, ma anche le istituzioni e a dar vita al progetto che ha portato alla costruzione dell’Impact Hub. Non male, dopo essere partiti da qualche birra tra quattro amici. Oggi gli amici (e di conseguenza le birre) sono un po’ di più, il progetto è cresciuto e conta qualche centinaio di followers, che bimestralmente si riuniscono, ascoltano per 25 minuti qualche startupper raccontare “non tanto la propria idea a livello commerciale, ma più una lesson learned, una pillola appresa durante il loro percorso”, per poi fare tanto networking tutti insieme.

Ma all’inizio non è stato facile. Anche questi ragazzi erano alle prime armi e hanno impiegato un po’ di tempo per intraprendere il loro percorso Lean. Sono partiti nella giusta direzione, verso il proprio MVP, ma, come è normale che sia, gli errori sono stati parecchi inizialmente. Partendo dal primo prototipo, che “era così complesso, così ricco di funzionalità, che il tempo, il go to market, è stato lento”. E ancora “abbiamo sfatato tutti i tabù che un imprenditore esordiente deve sfatare. Il classico: non racconto l’idea se no me la rubano. Oppure: non sono sicuro se usare skype perché magari ci sentono…”, ecc.. Dopo qualche mese però i ragazzi si sono ambientati in questo mondo, hanno iniziato ad approcciarsi ai finanziatori ed a capire l’importanza delle metriche, perché “in Italia in particolare hanno bisogno di cose molto concrete”. È partito il progetto pilota: “abbiamo capito subito che dovevamo identificare una tempistica per raccogliere queste metriche e poi passare allo step successivo. Ci siamo dati 12 mesi di tempo per chiudere un seed investment, che era quello che cercavamo, dimostrando all’esterno che il prodotto valeva. Ci siamo riusciti quando l’arbitro aveva già dato il recupero, ma ce l’abbiamo fatta.” Grazie alla capacità di eseguire il proprio piano, ma anche alla flessibilità nel cambiare direzione dove necessario, dimostrando di essere StartUp vera, con un team solido. Proprio l’elevato livello di professionalità presenti nel team ha dato al fondo “garanzie di execution, che poi è quello che cerca in una fase di early stage un investitore”.

Questo ha permesso a Fazland di crescere, “rivedendo molto spesso le nostre idee, rimettendoci sempre in gioco e cercando di essere sempre molto dinamici per rispondere al mercato che ci mandava gli input”. Sviluppando un prodotto che fosse utile e fruibile non solo per chi aveva un problema da risolvere, ma anche per i professionisti, per permettere loro di migliorare la propria user experience e trovare nuovi clienti in maniera esattamente profilata senza dover usare tools che non conoscono come Google Adwords, o doversi altresì rivolgere a programmatori e marketer esterni per sviluppare e diffondere un proprio sito personale.

Anche il business model è rimasto sempre dinamico ed è in continua evoluzione. Nel 2015 saranno ad esempio lanciati pacchetti premium, e tanto altro. “Manca ancora un player di riferimento, almeno in Europa…”. I primi test pilota su Berlino e Bucarest sono già partiti, con nuove piattaforme localizzate in tedesco ed in rumeno. Chissà che il primo leader non venga quindi proprio dalla provincia italiana.

Michele Di Blasio

Mi piace viaggiare, conoscere persone e lasciarmi ispirare dalle loro esperienze, in qualunque campo. Mi piace parlare e riflettere con loro, costruirmi un punto di vista sul campo, più che sui libri.

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